Ultima *Conversazione

Lo specchio si solleva dal suolo. Comincia a ruotare. È un momento qualsiasi, ma non è un momento qualsiasi. Si alza, ruota; si alza, procede e ruota ancora, ruota e va verso un cielo senza confine, senza limite. È un momento di sospensione. Un momento di annullamento. Ma non c’è violenza, non c’è abisso, non c’è prigionia. Queste mura ci liberano. C’è soltanto lo svelamento di qualcosa che era già lì, un rovesciamento che non travalica, non sposta l’orizzonte, ma si situa su di un asse, su di un midollo, sul punto: sta lì. Lo specchio è apparso oltre il muro. Bastava avanzare, vedi; andare nella propria direzione, ma bisogna farlo fino in fondo, fino all’ultimo respiro, sentendo che questo vento viene meno, che scompare, che sta già scomparendo mentre passa dentro di noi. E quello che sembrava un muro si è allora tramutato in uno spazio di attraversamento, un’area di transito, un diaframma, uno iato: sconnessione che collega, distanza che porta a. Il muro visibile si rivela un passaggio invisibile. Camminando e mirando. Avanzando e, con attenzione, guardando. Continuando a, stando verso: perseguendo nella direzione, nella nuda più nuda pianura, il muro, come una rosa, si schiude. Al suo interno troviamo un’Ultima Conversazione. Ci sono le voci animali che vegliano sullo schiudersi del riflesso. Il loro beccare sul terreno è un segno di adorazione, come il vostro click, dopo click, dopo click, dopo click. Il cielo è nato, parto di una vergine, dell’immensa vergine vita invisibile, né chiusa né dischiusa. Siamo qui, nell’orto concluso dove si passa senza che nel passaggio alcun transito sia trapassato. Siamo alla capanna, in adorazione. Fiato che scalda il rinato sole invincibile, la rotante superficie che ci riflette, che ci mostra, che nel frammentarci ci riunisce a quella immensa vastità irriflessa della vita vivente. Ed ecco, lo specchio si solleva dal suolo. Comincia a ruotare. Lo seguiamo con lo sguardo e prima riflette gli adoranti, poi le mura, poi nulla, sembra scomparire e no, non scompare: semplicemente si addensa, è un caglio nel cielo, un’area più densa che cambia la luce, ci rende più nudi, più visibili. Ma quando lo sguardo lo perde e torna a discendere sulla terra, nulla è cambiato e tutto non è più come prima. Dobbiamo continuare ad avanzare. Nel muro ora vediamo un passaggio. Un passaggio dopo l’altro. Un click dopo click. E le voci allora cosa sono? Forse la poesia è ciò che resta calcinato di questo inno, «soffio pastorale».

 

Tommaso Di Dio

Dicembre 2020

Ultima - Milano 2020