Ultima è un'opera che si sviluppa in tre tempi e quattro voci. Ogni anno, quattro autori sono invitati a partecipare alla realizzazione di tre pubblicazioni. La prima è una perlustrazione saggistica della loro poetica. La seconda, un'esplosione del loro immaginario. La terza e conclusiva, una raccolta di poesia, alla cui realizzazione partecipano due artisti visivi. 

Per il 2018, l'opera attraversa tre spazi impossibili. Il primo, *Eden, è uno straniato paradiso, un luogo astratto e terribile di sogno e teoria, dove gli autori - Tommaso Di Dio, Giuseppe Nibali Guzzetta, Damiano Scaramella e Fabrizio Sinisi - hanno trascritto l'orizzonte d'azione della propria arte.

Il secondo spazio è ispirato all'*Overview Effect, ovvero il «cambiamento cognitivo nella consapevolezza, riportato da alcuni astronauti e cosmonauti durante il volo spaziale, causato dall'osservazione della Terra dall'orbita o dalla superficie lunare». La visione della Terra come «pale blue dot» ispira una raccolta di frammenti (immagini, audio e video fruibili attraverso QR code) che provano a dar conto dell'immaginario esploso e nostalgico in cui si muove l'opera dei quattro autori.

Il terzo e conclusivo,*Vox, è infine una raccolta di poesia: il ritorno alla terra delle parole, l'ultima voce prima di scomparire. Questo volume, con gli stessi testi, è disponibile in due versioni - Ultima Vox Rotondi e Ultima Vox Zanet - a cura rispettivamente degli artisti Michael Rotondi e Giulio Zanet.

*

La domanda che sta alle spalle – nemica o amica?, questo è incerto a tutto il progetto Ultima – può essere espressa banalmente così: «cos‘è la poesia?» 

Se qualcuno volesse rispondere a questa domanda per davvero, sarebbe uno sciocco: chi può veramente pensare di dire una volta per tutte cosa sia quell‘animale la cui lingua è tanto sfuggente, tanto metamorfica da essere stata nei margini dei registri bolognesi nel XIII secolo, nelle aule dei re e nelle osterie più sordide di Parigi? Quella bestia – ci dicono – è stata sulle labbra del santo Francesco, del criminale Jean Genet, del borghese Montale: chi oserebbe oggi dirne l‘essenza? Ognuno sa che non è un dato, ma una costruzione complessa e, soprattutto, storica. Oggi sappiamo che un approccio essenzialistico alla poesia cade per noi in una contraddizione. 

Nondimeno, vediamo bene che questa è soltanto una parte della cosa. Mentre vediamo l‘essenza che scompare e che transita dal nostro orizzonte di senso e di verità, sentiamo in noi la necessità di tentare qualcosa di inaudito. Se siamo arrivati, io e te, a leggere questa pagina fino a qui, se non hai già lasciato questo sito, skippato verso la prossima distrazione, è perché per te, come per me, la poesia è qualcosa: sta, si installa nella vita, conduce, riempie; e si fa nel nostro tempo veicolo di un‘esperienza che sentiamo precisa: e che ha un valore. Con la medesima forza che nega ogni verità ultima ad un approccio esclusivamente essenzialistico, allora dobbiamo anche paradossalmente dire che quello scrittore o quel lettore che non provi a rispondere a questa domanda, che non si getti a capofitto nell‘abisso di questa domanda e, soccombendo, vi impari a respirare, allontana da sé una possibilità: la possibilità di vedere nella poesia non una semplice occasione di belle o riuscite parole, ma un‘arte della conoscenza. 

Ma aggiungiamo subito: conoscenza di cosa? Eccoci già al cuore della questione, al cuore del progetto. Ultima non è un progetto di aggregazione di poesie. Non è un solo un sito, non è una rivista. Ultima non ha per scopo aumentare i lettori o solleticare narcisismi di chi prende parola: non vuole generare commenti, non vuole acquisti, non vuole quantità. Potremmo dire che è quello che oggi non c'è; e che a noi più manca: è un'occasione. Se volete, possiamo dire meglio: è l'occasione di una visione. Infatti Ultima non è mai distinto da un apparato visivo (a cura di Ilaria Mai) che vorrebbe suggerire che l'arte della parola e dell'immagine si muovono insieme: sono innanzitutto il medesima sentiero.

Siamo in un mondo e in un tempo in cui ogni giorno sono condivise attraverso i social migliaia, forse milioni di testi che sono riconosciuti come “poesia”; altrettanti (forse un po' meno) sono quei testi che si oppongono agli schemi convenuti e riconoscibili, ma che nondimeno vorrebbero ad essi essere associati, con uno scopo critico, polemico, sperimentale. Siamo in un mondo in cui si stampano milioni di libri al giorno e altrettanti vanno al macero. Cosa manca? Manca l'occasione di fermarsi: e di fare un'esperienza della poesia, nella poesia. Manca un luogo in cui la poesia sia esplicitamente l'occasione di un'esperienza. Ultima vorrebbe essere l'invito a questa sospensione visionaria. Ultima non è allora un raccolta di testi, ma la proposta di un percorso: la richiesta di prendere tempo, dapprima allontanando da sé la scrittura poetica e i suoi materiali, per poi tornare ad avvicinarsi ad essi. È un viaggio fuori e dentro la parola poetica perché crediamo che la poesia sia soprattutto, come scrisse Paul Celan, un'esperienza di fuoriuscita dal mondo per poi convergere nuovamente verso il mondo; ma con le ciglia dello sguardo bruciate dalla violenta prossimità del calore del sole: «E i miei occhi entusiasti,\ di nuovo si slargano e brillano, e perdutamente riardono», scrive Ingeborg Bachman in Al sole. È all'interno di questo progetto di fuoriuscita e convergenza che vogliamo coinvolgere gli scrittori e i lettori, innanzitutto provando a chiedere ai primi di costruire occasioni e pause (viene in mente un verso di Rocco Scotellaro: «è venuta anche lei a macchiarmi di pause dentro»), innanzitutto per se stessi; affinché poi possano così essere esempio e occasione per i lettori di entrare nel concreto fare e disfare della parola poetica. 

Arrivare al testo poetico, dunque: alla sua concretezza. Volevamo creare un percorso di avvicinamento che, a tappe, rendesse consapevoli ed esplicite quelle scelte che nei testi sono invisibili e implicite. Volevamo che si arrivasse ai testi, come alla terra giunge un naufrago: con lo stesso desiderio e con la stessa attenzione disperata. Non volevamo costruire un luogo per una pornografia coatta della parola (ce ne sono già tanti), ma per una sua rinascita erotica. E i poeti lo sanno bene, la prima legge dell'amore è la distanza: l'amor de lonh. Siamo dunque partiti dalla massima lontananza possibile dalla parola poetica: dalla parola teorica. In *Eden sono raccolti quattro episodi che si vorrebbero riflessioni saggistiche sulla poesia. La seconda pubblicazione, *Overview Effect,  è invece costruita da quattro percorsi audio visivi che interrogano e mostrano ciò che solitamente è escluso dalla poesia, ovvero l'immaginario che soggiace al di sotto di quella costruzione ideologica che è la poetica individuale e che nel testo si dà soltanto per dardeggiamenti rivelatori, per emersioni improvvise. I percorsi sono fruibili soltanto con un device digitale: si presentano nella forma di codici QR. Il libro è quindi, di fatto, un libro di soli link: il contenuto non c'è, il libro cartaceo non è altro che un medium, un passaggio (per altro, visivamente ricchissimo), la concreta occasione che un altrove si manifesti. Perché i codici QR? Abbiamo volutamente lavorato su di una tecnologia che già si avvia verso l'obsolescenza: fra qualche anno, infatti, di quei link non rimarrà che l'indice, ovvero l'esemplarità infungibile. Ci interessa sostare sul gesto del rimando, come coessenziale all'atto della poesia, non il contenuto del rimando, che è invece sempre in passaggio, verso la sua scomparsa: ci interessa il gesto come significante ultimo della poesia, come suo resto, come ciò che resta della poesia. Ma *Overview Effect è anche il nome di un'esperienza precisa. Secondo la definizione di Wikipedia, è il «cambiamento cognitivo nella consapevolezza, riportato da alcuni astronauti e cosmonauti durante il volo spaziale, causato dall'osservazione della Terra dall'orbita o dalla superficie lunare». Vorremmo che il lettore e lo scrittore, durante il tragitto maturasse la consapevolezza di uno scarto: cosa comporta vedere dallo spazio siderale la terra della poesia? Cosa accade nella scrittura e nella lettura, una volta visto questo sfondo, una volta sfondato questo limite? Cosa accade allo sguardo del lettore dopo aver letto una poesia? Perché allora scriverne e leggerne ancora? Ultima non vorrebbe essere la risposta a questi interrogativi, ma il luogo di questa interrogazione: la possibilità di immaginare una poesia che ancora non c'è e di ripensarne il ruolo a partire dalle sue componenti primitive: la visione e la conoscenza. In questo mondo feroce, dove vediamo crescere l'abiezione intorno a noi e la giustizia sembra farsi un lumicino minuscolo, la poesia può essere, sul bordo della storia occidentale, uno strumento per conoscere se stessi e il mondo, non solo razionalmente, ma paticamente: per imparare a consentire e a esprimere la complessità. Se la parola non prende su di sé il rischio di tornare umana, e si dimentica l'esercizio conoscitivo su cui fu fondata, sarà troppo facile preda del sempre antico mostro che abita in noi: Saturno, amici, già divora i suoi figli.

 

Tommaso Di Dio

Milano, Ottobre 2018 

Ultima - Milano 2019